06 ago 2010

Invito alla lettura:Ho visto morire Königsberg

Il destino toccato alla città tedesca di Königsberg, antica capitale della Prussia Orientale, è il simbolo del tramonto del germanesimo ad Est ed anche di una certa idea di Europa. L’Europa delle nazioni, dei popoli, della cultura, della civiltà. La storiografia recente sta lentamente disseppellendo la verità che per più di cinquant’anni era stata segregata. Lentamente viene allo scoperto l’enorme crimine consumato sulla Germania alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando, in un’orgia di vendette primitive, venne fatta pagare alla povera gente, in gran parte donne, vecchi e bambini, la dura politica di occupazione tedesca dell’Unione Sovietica. La scelta tedesca del pugno di ferro ad Est, forzata dalla presenza di un movimento partigiano fortissimo e fortemente ideologizzato, e come noto tenuto in mano dai commissari politici del partito comunista, venne fatta scontare con gli interessi all’inerme popolo tedesco, che non aveva più le forze per ribellarsi e che era allo stremo delle forze.

Königsberg, il grande porto sul Baltico, la gloriosa città germanica capitale dell’Ordine Teutonico, famosa università, patria di alcuni tra i massimi geni tedeschi come Kant, Herder, Hoffmann,storico avamposto del germanesimo verso il mondo slavo, venne fatta a pezzi una prima volta da un selvaggio raid aereo britannico nell’agosto del 1944. Fu solo l’antipasto. Una piccola anticipazione della pratica degli angloamericani di impressionare i loro amici russi con spettacolari massacri, come con maggiore scientificità accadde mesi più tardi a Dresda. Königsberg, abitata per lo più da civili, ebbe così un primo assaggio del concetto democratico di “liberazione”. Ma con l’avvicinarsi del fronte orientale, che nell’autunno 1944 raggiunse le frontiere prussiane, la tragedia vera ebbe inizio.

Da Hitler dichiarata fortezza, come d’uso per tutte le maggiori città orientali, al fine di creare estremi frangiflutti militari in grado di arrestare la marea sovietica, non si ebbe il tempo di far sfollare che una minima parte della popolazione civile, ammassandola nei porti con le scene di panico, di morte, di disperazione che furono comuni a tutto l’Oriente tedesco. Alla fine del 1944 Königsberg venne accerchiata e, come tutta la Curlandia e la zona baltica, rimase tagliata fuori dal Reich.

Sola e abbandonata, con le poche unità della Wehrmacht e della milizia civile (il Volksturm) che ancora si trovavano al suo interno, la disgraziata città si preparò a un lungo assedio. La stessa storia di Breslavia, di Budapest, di Dresda, di Berlino. L’epopea sanguinosa della resistenza di Königsberg viene oggi alla ribalta grazie alla pubblicazione della memoria di un medico tedesco che visse tutte le fasi della lotta, e poi quelle dell’occupazione barbarica da parte della soldataglia russa, lasciata a se stessa, libera di infierire alla maniera mongola sugli inermi, con il lugubre seguito di eccidi di massa, stupri, violenze senza nome cui la popolazione venne sottoposta in una nuova edizione dell’inferno in terra.

Si tratta del libro Ho visto morire Königsberg:1945-1948: memorie di un medico tedesco diHans Deichelmann (Mursia), praticamente un diario che va dal 4 aprile 1945 al 14 marzo del 1948, quando gli ultimi tedeschi rimasti vennero stipati sui treni merci ed espulsi a Ovest. Da allora la città natale di Kant si chiama Kaliningrad, in onore del presidente dell’Unione Sovietica che rimase in carica dal 1919 al 1946. Enclave russa sul Baltico dopo il 1991, questa “Fiume tedesca” è una delle tante cicatrici indelebili sul volto dell’Europa. Deichelmann stese il suo diario solo dopo che si trovò al sicuro nella Germania occidentale, a Gottinga, dove prima dell’assedio era riuscito a far sfollare la propria famiglia. Dopo l’occupazione di Königsberg, che iniziò verso il 9, 10 aprile 1945 – anche se alcuni settori continuarono a resistere ancora per giorni, e certi piccoli nuclei di armati riuscirono a sfilarsi verso Nord, dove si continuò a combattere anche dopo la morte di Hitler e, in alcuni casi, anche dopo la resa ufficiale dell’8 maggio – Deichelmann, godendo della sua condizione privilegiata di medico, fu dai russi lasciato lavorare nell’ospedale locale, ma nella situazione più catastrofica. Mancando di tutto, con una dose giornaliera di zuppa acquosa e un pezzetto di pane marcio, mentre infuriavano la fame, i pidocchi, il tifo, la scabbia, dormendo per terra o su panconi, senza riscaldamento, continuamente vessati dalle rapine dei soldati russi che privavano i tedeschi di tutto – ma specialmente degli orologi, una vera mania per gli orologi – dai maltrattamenti, dalle retate, dai violenti interrrogatori, dalle deportazioni ai lavori forzati, dalle semplici esecuzioni per i motivi più futili, dall’internamento in numerosi Lager allestiti nei dintorni…fino a quella bestiale sequela che erano gli stupri di massa delle donne, bambine di dieci anni e vecchie ottantenni comprese. Queste ricorrenti ondate di stupri, durante i quali trenta, quaranta asiatici si accanivano uno dietro l’altro sulla stessa donna, ubriachi, fetidi, resi ebbri dagli incitamenti omicidi di Ilija Ehrenburg di umiliare la femmina tedesca, di solito finivano o con lo sgozzamento della poveretta oppure con l’impazzimento di moltissime donne, non poche delle quali, a centinaia, si liberarono del trauma e dell’onta col suicidio.

Deichelmann descrive il comportamento di quei “liberatori”, visto coi suoi occhi: «In molti punti della città sono in azione efficientissime truppe speciali incendiarie che avanzano casa per casa dando sistematicamente fuoco con benzina, bombe incendiarie e lanciafiamme agli edifici e al loro contenuto, distruggendo così intere strade e interi isolati». Sotto la data del 9 aprile, vede e riporta: «Ovunque russi carichi di bottino. Nel corridoio, di nuovo colpi d’arma da fuoco. Le donne urlano, i bambini piangono, i russi imprecano. Un medico ausiliario francese presta senza sosta aiuto nell’occultare ai russi le nostre donne…A poco a poco la nostra gente si riunisce da noi. Ci mettiamo coricati per terra fittamente pressati. La schiavitù è iniziata». Dopo i consueti saccheggi, in un solo giorno i russi violentano le suore dell’ordine cattolico, appiccano il fuoco sotto i letti dei civili ricoverati, al reparto di ostetricia dell’ospedale stuprano chiunque trovino, dalla puerpera alla gestante. Mentre il professor Unterberger stava eseguendo un difficile parto col forcipe, irruppe una masnada di soldati, «ma non appena concluso i russi sbatterono giù la donna dalla poltrona operatoria e ne abusarono in maniera raccapricciante. Il professor Unterberger si ritirò quindi nel suo studio e si tolse la vita». Di questo tenore era l’alba della “liberazione”. Il bilancio di questa immane tragedia è presto fatto: dodici milioni di profughi tedeschi brutalmente espulsi a Ovest, due milioni – ma lo storico americano Giles MacDonogh ne conta due milioni e mezzo – di civili tedeschi massacrati dai sovietici, col consenso di illustri liberali comeChurchill, Roosevelt e Truman, e con la benedizione delle “grandi democrazie” occidentali.

H. Deichelmann. Ho visto morire Königsberg

di Leonello Luca Rimbotti

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