A Roma, in piazza Risorgimento, c'è un ragazzo che si accascia a terra. Ha un proiettile in fronte. Si chiama Mikis Mantakas, iscritto al Fuan, studente greco fuorisede. Assieme ad altri giovani camerati, Mantakas è uscito da una porta posteriore della sezione del Msi di via Ottaviano e ora, con la cinghia dei pantaloni arrotolata sul pugno, sta andando all'assalto del gruppo di autonomi che li assediano con spranghe, molotov e bastoni. Ma trova sulla sua strada due coetanei che gli spianano contro le pistole. Sparano. Mantakas muore. Comincia così un'altra pagina buia di violenza politica. L'ennesimo anello della catena di eventi che porterà l'Italia dritta negli Anni di Piombo.
Una giornata da dimenticare, quel 28 febbraio 1975. O forse no: da ricordare anche nei minimi particolari. Si comincia male. Con un tafferuglio all'ingresso del Palazzo di Giustizia. E' cominciato da una settimana il processo per la strage di Primavalle (1973) e c'è Achille Lollo alla sbarra. I militanti del Msi hanno dato vita a manifestazioni dure fin dal primo giorno. Si lamentano aggressioni, danneggiamenti, botte. La risposta dell'ultrasinistra è scontata. Corteo non autorizzato da Primavalle fino a piazzale Clodio: primi incidenti con la polizia. Presidio davanti al tribunale: altri incidenti. C'è in prima fila a ostentare un'aria spavalda e aggressiva un certo Alvaro Lojacono, vent'anni, vestito alla moda del tempo con occhiali a specchio, cappello da marinaio e impermeabile bianco. Si accapiglia subito con uno di destra. Li dividono i carabinieri del maggiore Antonio Varisco, che è l'ufficiale responsabile dell'ordine pubblico a Palazzo di Giustizia, e che qualche anno dopo verrà ammazzato dalle Brigate Rosse.
All'ora di pranzo, terminata l'udienza, riprendono gli scontri. C'è l'assalto alla sezione del Msi di via Ottaviano. Nuovi tafferugli. La sortita dei giovani di destra. Il tiro al bersaglio in piazza Risorgimento. E' forse la prima volta che le pistole sparano in piazza. Un poliziotto di passaggio si butta coraggiosamente all'inseguimento dei due sparatori. Li rincorre. Riesce a catturarne uno, si chiama Fabrizio Panzieri, militante dell'Autonomia operaia. Qualche ora dopo, c'è già la prima perquisizione a casa del suo amico Lojacono. Lo hanno riconosciuto in diversi del Msi. Lui a casa non c'è; ai carabinieri apre la cameriera. Alvaro abita in un elegante appartamento a due passi da Campo dei Fiori con il padre, Geppo, noto economista che collabora all'Istituto per gli studi di programmazione economica, illustre iscritto del Pci dagli Anni Cinquanta.
Da quel momento, per un paio di anni, per Alvaro Lojacono è tutto un susseguirsi di indagini, processo, latitanza. Torna in circolazione solo dopo il marzo del 1977, quando il tribunale in primo grado lo assolve dall'accusa di omicidio. Nel frattempo è diventato un "eroe" del Movimento. E non solo: a sostegno del suo amico Fabrizio Panzieri, che è stato condannato a otto anni per concorso morale nell'omicidio, tre mostri sacri della sinistra, ovvero Vittorio Foa, Aldo Natoli e Antonio Landolfi, componenti del Comitato per la liberazione di Panzieri, si autodenunciano provocatoriamente. Un po' alla maniera del processo a Lollo, anche per Panzieri e Lojacono c'è stata una veemente campagna innocentista che ha mobilitato intellettuali e politici, soprattutto socialisti e pduppini.
Lojacono - si scoprirà poi - in quei due anni di latitanza non ha lasciato Roma. Tutt'altro. Assieme al suo più caro amico, Valerio Morucci, e tanti altri reduci dall'esperienza di Potere Operaio, ha cominciato la pratica della lotta armata. Prima il terrorismo minore delle Fac, Formazioni armate comuniste. Poi, nel 1977, il salto nella colonna romana delle Br. E qui c'è l'incredibile parabola, la doppia vita, l'esistenza parallela di Lojacono. Hanno raccontato diversi pentiti che Alvaro, nome di battaglia "Otello", partecipa all'assassinio del giudice Riccardo Palma (14 febbraio 1978), all'agguato di via Fani (16 marzo 1978), all'omicidio del giudice Girolamo Tartaglione (10 ottobre 1978). E' entrato da "irregolare" nella colonna specializzata in attentati a magistrati e poliziotti. Dipende da Adriana Faranda. Fa coppia fissa con il suo amico Alessio Casimirri. Pende dalle labbra di Morucci.
Intanto conduce l'apparente vita di sempre. Arriva il secondo grado del processo Mantakas: dibattimento dal 28 aprile al 31 maggio 1980. Il giovanotto è quasi sempre in aula. Se lo ricorda bene Filippo Mancuso, l'ex ministro della Giustizia, che oggi è un deputato di Forza Italia e all'epoca presiedeva la corte: "Sempre elegante, in abiti di velluto scuro da ragazzo di buona famiglia. Sfrontato. Sguardo duro. Ricordo anche il padre, affranto, sullo sfondo".
Al processo, a sorpresa, nonostante i dubbi dei testimoni d'accusa, militanti del Msi che erano con Mantakas a piazza Risorgimento e che ora ritrattano, lo condannano a sedici anni di carcere. Dice ancora Mancuso: "Lojacono non se l'aspettava proprio".
Fece ricorso in Cassazione e perciò rimase in libertà. Allo stesso tempo si diede da fare per sparire. Il padre bussò a tutte le porte finché non trovò aiuto da un vecchio amico, un parlamentare del Pci, che fece ottenere al figlio una buona accoglienza in Algeria. Oggi Lojacono ha la cittadinanza svizzera, non può essere estradato in Italia, ha scontato undici anni di carcere a Lugano per l'omicidio Tartaglione. Per la morte di Mantakas non ha fatto un giorno di carcere.
Nessun commento:
Posta un commento