26 gen 2010

Vendo un rene per aiutare i miei figli. Appello disperato di una ragazza madre

Gela “Sono disposta a vendere un rene pur di poter sfamare i miei figli”. Miriam Attardi è una ragazza madre esasperata. Trentotto anni, un impiego nei cantieri di servizio interrotto a dicembre, due figli da mantenere e un affitto da pagare. E’ stanca di bussare alle porte di politici, imprese e commercianti per elemosinare un lavoro. “Quanto posso ricavare vendendo un rene?” chiede continuamente. “Non so cosa altro fare per evitare di finire a elemosinare per strada”. Accanto a lei ci sono Aurora, 9 anni, due occhi azzurri come il mare e sguardo dolce, e Michele, 6 anni, che non sta un attimo mai fermo e gioca con il telefonino della madre. “Da dieci anni vado avanti in questo modo – dice – lavorando saltuariamente in nero e sottopagata. Ho provato in negozi, compagnie assicurative, sempre mal pagata. Vivo in affitto e non ricevo neanche il contributo per il canone locativo. Ora però ho esaurito tutte le mie energie e non so più cosa fare ed a chi rivolgermi”.
Da due anni lavora nei progetti del reddito minimo di inserimento. Mostra il cedolino dell’indennità di disoccupazione. “Quando ci fanno lavorare la paga è di 624 euro compresi gli assegni familiari – aggiunge – come faccio a mantenere i miei figli con questi soldi? Non posso comprarle neanche i libri, quaderni e il materiale per la scuola. La figlia maggiore frequenta la Luigi Capuana. In passato sono stati molto gentili e sensibili, sia le maestre che il dirigente scolastico. Quest’anno dicono che il Comune non gli ha dato soldi e non possono aiutarmi. E io non posso costringere mia figlia a elemosinare anche per comprare i libri”.
La Attardi fa parte dell’esercito dei 120 lavoratori del Reddito minimo di inserimento. Il loro contratto è scaduto il 31 dicembre e negli ultimi due giorni ci sono stati momenti di tensione in municipio per il grave ritardo con cui stanno per riprendere i cantieri di lavoro. “Mi sono rivolta anche ai Servizi sociali, ma non ho ricevuto alcuna assistenza – continua Miriam Attardi – Sono ragazza madre. Ho vinto una causa in tribunale contro il padre di Aurora, condannato a pagare gli alimenti per la bambina, ma non ho ricevuto un solo euro malgrado la sentenza favorevole. Non ho nulla, ma non posso perdere anche la dignità. L’auto è stata sequestrata perché non avevo pagato l’assicurazione. Se trovate qualcuno che ha bisogno di un rene sono disposto a venderlo, pur di racimolare soldi per sfamare la famiglia”.
Il caso di Miriam non è purtroppo isolato. Sono decine le situazioni di grave difficoltà economica di interi nuclei familiari. Non avere il lavoro o perderlo diventa un dramma. L’episodio che ha visto protagonista Rosario Migliore, che ha tentato il suicidio due volte perché licenziato, con moglie e figli a carico, è soltanto la punta di un iceberg di un fenomeno sociale preoccupante.

Nessun commento: